| |
Nota biografica
Davide Rondoni è nato nel 1964 a Forlì, dirige il Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna. Ha pubblicato alcuni volumi di poesia, tra cui Il bar del tempo, uscito per Guanda nel gennaio '99 e Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003. Con Franco Loi ha edito nel 2001 per Garzanti un'antologia della poesia italiana dagli anni '70 a oggi, Il pensiero dominante.
Poesia italiana 1970-2000. Cura le collane di poesia de Il saggiatore e di Marietti. Dirige la rivista di poesia e arte “clanDestino”. È editorialista di “Avvenire” e de “Il Tempo”.
Intervento in forma di lettera per Paolo Campoccia.
Caro Paolo, tu che sei così magro e quasi composto, carenato mi verrebbe da dire, come una specie di ciclista della poesia, topesco nel viso e di bella vigilanza nello sguardo, tu sai bene cosa è la poesia, e sai bene che non sappiamo dirlo. Ma fai bene a chiederlo a me, e agli altri amici che hai, perché la poesia è proprio una cosa che si chiede sempre. Del resto, il gran padre Dante avvisava che usiamo le parole per dire quello che non si sa. Per andare verso quel che non sappiamo. Per andare dicendo verso il segreto che in ogni cosa o frammento, in ogni movenza o crampo, in ogni vento o quiete ci colpisce e chiama. Ci andiamo parlando, dicendo. E allora le poesie sono come passi, sono, le belle poesie, movimenti, sono lanci, e offerte di sé. In questo territorio duro, in questa vita che non è definitiva e dunque un po' indefinibile. Tu, dunque, Campoccia di Verona, che in questi anni filando la tua personalissima tela di versi e di rapporti, indicando alle molte persone che incontri che sì, vale la pena, darsi a questa bizzarra corsa, a questo afferrare ciò che ci afferra. Che si è meno uomini se non si lascia spazio a questa gratuità assoluta della poesia. Tu, dunque, Cunego della poesia nel dolce e bastardo Veneto dei Petrarca e dei Marin, sai dunque, sentendo da un lato il monte e dall'altro il mare, che siamo creature sospese, fatte di materia greve e lieve, fatte di un respiro che tende all'infinito e nel ritmo della poesia trova di quel respiro una traccia. E che ci piace il mondo, come dice il comune e anch'egli topesco e vigilissimo amico Franco Loi, tanto da doverne andare dietro al richiamo, ma al richiamo profondo. Le mode, il possesso, il calcolo, le lasciamo a chi pensa di esserne soddisfatto.
A noi, come voleva Pasolini quando si arrabbiava con al generazione sfortunata che ai suoi tempi protestava e ora ha il potere culturale in Italia, viene da commuoverci vedendo una pala del '400, o sapendo le storie di oscuri pittori perduti. A noi viene da piangere, come m'è capitato ieri anche in pubblico, leggendo "Gridasti, soffoco" di Ungaretti o l'inno alla Vergine della fine del Paradiso. A noi viene il magone per la durezza della vita, dolce magrissimo Paolo, ma con gli occhi e il il cuore tendiamo sempre alla beltà che vediamo, perché c'è. Perché c'è. Ci strappassero il cuore e gli occhi, continueremmo a vederla, e a palpitare per lei.
Leopardi si chiedeva: che fa l'aria/ infinita... E mio figlio: che fa la montagna ?...Noi siamo come bambini che si chiedono cosa fa il mondo, cosa lo fa, cosa si muove in lui...E così, in ogni buona posia, reinizia la conoscenza del mondo, il suo rischio, l'avventura. Ciao, Paolì. E grazie sempre.
Davide Rondoni
|