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La poesia non tenta di riprendersi le parole. Siano esse quelle distratte di tutti i giorni, scontate della TV o maliziose degli slogan pubblicitari. Non è lì che scava. La poesia incontra qualcosa, mette in risalto un’esperienza. Parlare di poeti che cercano di rimpossessarsi delle parole è, dunque, sminuirne il lavoro. I poeti cercano, rievocano, un’esperienza originaria: e le parole sono i pezzetti di quell’accaduto, la particolare ‘visione’. “Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est” (Fara Editore), antologia che raccoglie voci di quella zona d’Italia, ha come merito non di delimitare una ‘regione’ della poesia, ma di far letteralmente vedere come una terra che i poeti antologizzati vivono e guardano ogni giorno possa essere quell’esperienza di poesia di cui si diceva. Con le loro parole, con i loro corpi. Curata da Alessandro Ramberti, con prefazioni di Chiara De Luca e Massimo Sannelli, presenta versi di dieci poeti (Paolo Campoccia, Roberto Cogo, Alessandra Conte, Erika Crosara, Giovanni Fierro, Fabio Franzin, Stefano Guglielmin, Simone Lago, Francesco Tomada e Giovanni Turra Zan) che hanno o stanno cercando una voce. Portano il segno di quell’esperienza, quindi di un’autentica riuscita, i versi del trevigiano d’adozione Fabio Franzin («Chea spìroea de zhiìghe/ cuzhàdhe là in alt tel fil/ dea corente ‘e par squasi/ segni che forma a paròea/ o ‘a strofa cussì a stròzh/ e par niènt tant zhercàdhe», «Quella riga di passeri/ appollaiati lassù sul filo/ dell’alta tensione sembrano quasi/segni a comporre la parola/ o la melodia così dolorosamente/ e invano cercate). Qui la parola non cerca se stessa, cerca… cerca e basta. E magari incarna. Anche Giovanni Turra Zan, vicentino, convince in più punti («non hai terra cui imporre la prora e perdi, perdi/ ancora e per sempre, indesiderato ammarri,/ nudo di colpa e da questa mai varato). Nell’antologia, come detto, è presente Paolo Campoccia, pure lui veneto d’adozione, vive a Verona, che in una sua lirica, Nebbia, dice: «Poi mi prende mi viene vicina/ nella voce si aprono/ i nomi del sole, dei fiori e dei fiumi». Ecco tre esempi, tre possibilità che la bella antologia ci evidenzia, ci mette davanti. Non parole, ma nomi, esperienza.
Maurizio Spinali
PAOLO CAMPOCCIA
Narciso
Le stelle perse di vista
le riconosco al tatto, e ascolto
come nelle anime lo sprofondarsi
dove esiste la luce.
Non mi tengo più nella pelle,
mi tiene l’accento dell’acqua per mano, cammino
verso le anatrelle del lago
prendo le ventate per angeli,
profili riversi nell’onda,
che comprendo ma non vedo.
ROBERTO COGO
Miriade di maledizione
nel luogo neutro il conformismo
legittima la prova
a ogni passaggio in vita
l’esistenza
è racchiusa nel termine ristretto
del rito che tutto espropria
si prova a cambiare lasciando indietro
la malaria del consumo
la sfida della piazza di vetro
quasi deserta
resiste al risucchio feroce
di un tombino sconnesso che risuona
in fantasmi di suole in affanno
in nuvole e ruote di auto in corsa
il carosello della vasca cede il passo
a inerzie di nascondimento
i giacigli col buco
tutti soffocati dal ritmarsi ossessivo
di pietre gravide e segnali
mentre muta la stagione con le vetrine
in un coriandolo di vento
nel percorso che pare traspirare
una miriade di maledizione
tu mi dici di volere uno scrivere diverso
e nuovo, un extra-spazio della mente
che si metta in moto
anche di non esser più innamorato
del mondo, così ti sembra almeno
(sarà questione di rapporto col reale
di u mondo fittizio avido di godimento?
sarà questo fenomeno d’apparenza
e movimento conformato?
non sarà un po’ poco?)
nuove piazze e un bel selciato tutto
da consumare
camminando in tondo
ogni frusciante respiro spinge la creatura
contro l’uscio o il portone
nell’intralcio di un parcheggio sotto casa
chi ancheggia stancamente lungo la salita
con le borse piene di spesa
e sicurezza.
ALESSANDRA CONTE
Carte
Alla mano con la penna, di femmina,
spettava il matto con le altre tre carte,
la torre la morte e le stelle, a predire
già sapute le cose arcane. Affermativo
negativo e giudice si strappavano
alla sentenza, a sommarsi increduli
agli occhi stanchi.
ERIKA CROSARA
«che paura disse che ho quando dalle sedie o dagli
altari vedo il rimorchio, gli uomini piccoli in spanne
con fori di ardimento. fa un monticello di pietà ciascuno,
un triangolo visivo inadempiente»
GIOVANNI FIERRO
(sottofiume)
Il silenzio del fiume è sott’acqua
la sua corrente è calligrafa
costruisce parole
le si possono leggere
nel segno continuo
che il suo scorrere lascia
nella terra scavata
come ogni storia raccontata si ferma
dove trova quiete
il mare è l’ultima pagina del suo libro
la sua bocca chiusa
la sua dissolvenza
il suo cielo.
FABIO FRANZIN
Stradhèe
(Stradine,sentieri)
‘ta strissa scura de ‘sfalto
(che so èsser stàdha bianca,
‘na volta, e pì strenta), strda
che taja drio ‘e case, el paese,
che va, dreta, verso ‘a lontana
sagoma vioéta dee montagne
a bona biava, zàea, alta, fòjie
longhe come spade; a zhanca
un canp a pustòca, un gat biso
in mèdho, el pass lidhèoro dea cacia.
De’à al colmo dolzh de l’àrzene,
‘a spiuma verda dee cassie e po’
(no’ la vede, ma sinte ‘a sç santa
presenza) l’acqua ciara dea Livenza.
… … …
(Questa striscia scura d’asfalto/ (che so esser stata di sassi/ un tempo, e più stretta), strada/ che taglia oltre i caseggiati, il paese, che va , dritta, verso la lontana/ ssagoma lilla dei monti// a destra mais, alto e giallastro, foglie/ lunghe come spade; a manca/ un campo incolto, un gatto grigio/ lo attraversa, il passo lieve della caccia. Oltre la curva dolce dell’argine/ il folto verde delle acacie e poi/ (non la scorgo, ma sento la sua sacra/ presenza) l’acqua chiara della Livenza.)
STEFANO GUGLIELMIN
da Eros/a fresca aulentissima
Sei l’amara
l’analfabetica mia puella
che bene bacia e scorteccina
che sbuccia fosca la polpa
che lava
il ciccio raglio e la sghimbescia;
sei la mia geisha
ruvidosa, sì
baldracchina
sei la mia rosa
che tutto intorno spina:
“Pape Aleppe, papé Aleppe, Ciciàn!”
SIMONE LAGO
Palcoscenici
Quale funzione del sangue ti viene
vedendoti nuda allo specchio, quale
circolazione del senso attorno alla forma
del seno, fin dentro al solco dei fianchi?
È quella luce che suona di sera Settembre
pigmenta di giallo la pelle e foschia:
la credi tu sufficiente a sfumare lo scavo
che porti sul petto, il magro trafitto
dall’ombra radente?
No, non è sangue di madre mancata
a svuotarti, o del piacere che viene a picchiarti
nel delirio di quando scopando riguardi
lo specchio cambiando canale alla tele.
Di quinte nere e luci attente sono
le illusioni più amare, le vicende più vere.
FRANCESCO TOMADA
Altrove
Siedo sul muro basso di fianco alla via
sarà che questa bottiglia di vino è quasi finita
ma la salita mi sembra più salita
le pietre più dure
e proprio adesso vorrei dirti che mi manchi
ma poi davanti a te succede sempre
che ho dimenticato le parole giuste altrove
e rimango in silenzio
forse è il solo modo che conosco di farti spazio
in tutto questo vuoto che ho dentro
per te ho preparato una casa.
GIOVANNI TURRA ZAN
Opening
A conclusione dello scuoiamento
immenso strappo fattosi rito
si eleva il quadro, si effettua
lo spurgo d’ora in avanti
non si paga dunque un fisso
ma si contratta il tempo,
e che sia base la voglia di limpido,
d’odore tolto come di città che offra
il suo scarto. A conclusione
dello scuoiamento si apre la gara
delle rivendite pare estorte ad ogni
scontro – reso bailamme
fino alla serrata del macello. |