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Le recensioni di Poeti.it
  Franca Grisoni "Poesie" (Morcelliana, 2009, pp. 531, euro 30)  
     
     
  di Franca Grisoni (a cura di Paola Carmignani)  
     
 
   
  Franca Grisoni "Poesie" 
(Morcelliana, 2009, pp. 531, euro 30)    
   
       
www.morcelliana.com  
 

Ci si può ancora incontrare, ci si deve incontrare. A tutti un incontro tocca. Se non accade, rischiamo l’incompiutezza. E la poesia che incontro fa? «En de ‘na parola/ se pöl amó ‘incontras/ en chèla dida/ che la vé amó a das/ en chèla nel so gnamó» (In una parola/ ci si può ancora incontrare/ in quella detta/ che viene ancora a darsi/ in quella nel suo non ancora). Sono parole di Franca Grisoni, classe 1945, prese dalla poesia che apre Fiat, l’inedita raccolta pubblicata in Poesie (Editrice Morcelliana), il necessario volume curato da Paola Carmignani che raccoglie tutta l’opera della poetessa del lago di Garda. Parole, dicevo… Ma sono gli stessi versi presi ad esempio a smentirmi: «in una parola… ci si può incontrare… in quella nel suo non ancora». La Grisoni sa, come ogni vero poeta sa, che i versi non sono parole, che la poesia è dove la parola - già pronunciata o ancora da pronunciare come in questo caso - diventa qualcosa d’altro. Che cosa? Quella cosa lì, quell’incontro. «… ma la la denta/ se dada ‘ndré/ da l’otra boca/ vera de ‘n vero/ pö che ‘nduinat/ da ‘n pié che mai/ da sula mai/ el ghe sares tocat» (…ma lo diventa/ se restituita/ dall’altra bocca/ vera di un vero/ più che indovinato/ da un pieno che mai/ da sola mai/ le sarebbe toccato), continua la poetessa. La parola che incontra non può niente da sola, niente senza l’altro. Ed è questo il doppio dramma della poesia. Il primo sta tutto dalla parte del poeta. Deve saper essere necessario, deve trovare le parole che siano necessarie, quelle che si facciano canto, oltre la retorica, oltre la superficialità del contenuto. Il dramma è qui nello spogliarsi d’ogni bravura, d’ogni ambizione, d’ogni pretesa se non quella del cantare, appunto. Poi tocca all’altro. Tocca all’altro esserci, tocca all’altro far sì che la parola «nel suo non ancora» diventi «vera di un vero/ più che indovinato». Adesso, il dramma è quello della compiutezza dell’incontro. Ma se il poeta ha assolto il primo, allora non si può chiedergli di più, io credo. È questo il rischio di chi scrive poesia, ce l’ha spiegato Heidegger, certo. Ma anche Dante e Rilke e ogni poeta che abbia avuto la forza di essere poeta. E la Grisoni lo è. In una delle sue prime raccolte, L’oter, scrive «L’è chél che te do a te/ quand te me tochet,/ el corp che te m’ét dat,/ ghe l’ho amó deter/… L’è semper l’oter/ per te che te m’ét töt/ aca per te» (È quello che do a te/ quando mi tocchi,/ il corpo che mi hai dato,/ ce l’ho ancora dentro/… È sempre l’altro/ per te che mi hai preso/ anche per darti). Versi che non lasciano scampo, che battono al centro del fuoco, sono il fuoco. La poesia non è astrazione, è corpo, quello del poeta e quello dell’altro che è chiamato a dire sì. Il dialetto della Grisoni non è dialetto, non è operazione folcloristica, è il suo fiat, quello finale, quello eterno di chi resta esposto all’incontro, con il canto nella gola, con la preghiera nelle mani. In Poesie, leggendo anche qua e là, senz'ordine, è quest'incontro che si fa. E si finisce per chiedere.

                                                                                                   M.S.

                                                                                                                                             

 

En de ‘na parola

se pöl amó ‘ncontras

en chèla dida

che la vé amó a das

en chèla nel so gnamó

lanciada al luntà

la mia pö so

– se mai l’è stada –

ma la la denta

se dada ‘ndré

da l’otra boca

vera de ‘n vero

pö che ‘nduinat

da ‘n pié che mai

da sula mai

el ghe sare tucat.

da Fiat

(In una parola/ ci si può ancora incontrare/ in quella detta/ che viene ancora a darsi/ in quella nel suo non ancora/ lanciata al lontano/ la non più propria/ - se mai lo è stata -/ ma lo diventa/ se restituita/ dall’altra bocca/ vera di un vero/ più che indovinato/ da un pieno che mai/ da sola mai/ le sarebbe toccato)

 

L’è chèl che te do a te

quand te me tocche,

el corp che te m’ét dat,

ghe l’ho amó deter.

De tep ghe n’è pasat,

te l’ét tignit vardat

e te ‘l conoset

apò se l’è cambiat.

L’è semper l’oter

per te che te m’ét töt

aca per date.

da L’oter

(È quello che do a te/ quando mi tocchi,/ il corpo che mi hai dato/ ce l’ho ancora dentro./ Di tempo ne è passato,/ tu l’hai tenuto guardato/ e lo conosci/ anche se è cambiato./ È sempre l’altro/ per te che mi hai preso/ anche per darti)

   
   
 
 
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