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1. La poesia oggi ha un doppio intento: quello di sempre, di scoperta e significazione della propria esperienza nel mondo; quello del tutto reattivo all’imperare dello scientismo e conseguente riduttivismo della qualità umana e dei suoi compiti, per cui la poesia si accolla anche il richiamo incessante all’ordine spirituale in cui l’esperienza si compie.
Una delle prime poesie di questo libro sottolinea i due momenti del modo di esprimersi del poeta: “la lingua dell’acqua libera da una brocca / il suo accento versato sulla pietra”; “il ramo che franto canta invisibile”. È un nuovo tipo di minimalismo: ritrovare nelle cose della vita quotidiana il senso misterioso che le attraversa e si propone all’uomo.
Mi viene da dire ciò che Pascoli scriveva; “Veder nuovo e veder da antico, e dire ciò che non s’è mai detto e dirlo come sempre si è detto”, intendendo semplicemente che la poesia si riprova con gli eterni suoi strumenti a “riguardare” il mondo oltre ogni ideologia o teologia, sia pure scientifica, e oltre ogni pregiudizio. Riscoprire la bellezza nei momenti e nei movimenti quasi impercettibili in un tempo in cui solo l’evento scandalo sembra attrarre l’attenzione delle masse.
2. C’è una poesia, “Giardino”, dove, col richiamo al rispetto delle creature, e della natura e dell’uomo, si adombra l’equilibrio sottile tra le cose e si raccomanda l’attenzione alla vita, premessa necessaria all’armonia e alla sussistenza della vita stessa. La veglia nel rapporto con se stessi e con le cose è essenziale al gioire del respiro.
Tre versi hanno attratto la mia attenzione: “guarda gli amanti incontrarsi / col muro che li divide / con le mani della loro pelle”. Cosa li divide? qual’è il muro? Non è forse la materia stessa, la loro pelle, così attraente e così vana? La materia è pura inerte barriera se non è ravvivata dall’amore e dalla conoscenza. È l’impossibilità dei corpi ad aprirsi per accogliere, per unire, per godere quell’armonia che viene appunto intaccata dalle “dita sconosciute” e da un “guardare” che solo preannuncia brama e disperata solitudine.
Infatti “là dove galleggiano i colori, / se tocchi / c’è angustia anche tra i fiori”: il toccare, prima ancora di aver conosciuto e amato, genera distruzione. C’è nel poeta un’antica attenzione al dolore, un dolore insito nel desiderio prima ancora che nell’atto.
3. In “Narciso” non sembrino contraddizione i primi due versi: “Le stelle perse di vista / le riconosco al tatto”. Si tratta di un altro modo di toccare. È un tatto che muove all’ascolto, e che genera una compenetrazione delle cose. Da questo avvicinamento amoroso nasce il senso dell’oltre, la sensibilità avverte l’energia che dà vita alle cose. Sono cose che il poeta “comprende ma non vede”, e tuttavia questo nuovo rapporto lo mette in grado di avvertire.
Così nel correre della bicicletta viene la metafora dell’angelo. Il titolo è pretenzioso, ma quei “brividi d’ombra nei viottoli / che assaggiano sul dorso il sudore” danno presagio di un correre verso un’altra esistenza, dell’aprirsi ad altri destini. Qui ancora la materia è trasfigurata, non tanto dall’allusione religiosa, quanto dal “lavoro delle rughe sull’animo”, dalla partecipazione con cui l’uomo trasforma il viaggio e la fatica in preannuncio.
4. Una conferma di questo modo di “guardare” e “dar senso” lo ritroviamo nei ritratti e negli scorci di città.
La maternità è sentita come un evento cosmico, “senti tutto il cuore andare / in terra dove le cose / comunicano alle stelle” e “canta, nel cuore snudato / dalla carne, del figlio”. Ma si sviluppa e si realizza il modo di “cantare” del poeta in “Fiaba”, dove “l’uomo incolore” che “vegetava / senza lavoro, era e non stava” – nel quale si delinea tanta parte umana che più ci somiglia in quell’essere che non sta tra gli uomini e le cose – ha un improvviso risveglio. La dura realtà lo pone di fronte a se stesso, alla propria radice più profonda: “ora fatto sterpi, fra i vecchi / e l’istigarsi dei gatti, compie l’ombra / per fiore, ha un’opera”. È una trasformazione alchemica che lo riporta alle cose e all’altro da sé: “offre / del fresco e qualche parola alla nonna / che dicono vaneggi, veda ombre”.
La città è visitata nella sua verità più nascosta e più vera, come in quella “donna d’ottobre” che compie i gesti d’ogni giorno senza nessuna partecipazione, con quelle “pupille / stinte dalle otto ore” che “pulsano lontane”. Non ci sono eventi veri nella sua vita o, se ci sono, sfuggono alla sua coscienza; il suo volto è come scomparso nella quotidiana serie di movimenti e parole, una solitudine nemmeno ravvivata dal dolore.
5. Tutto sembra illuminarsi e mutare ad opera dell’amore. Bello anche il titolo, “Arietta di ritorno”, a sottolineare la leggerezza e la luce che finalmente appaiono nel grigiore della città. L’attacco è del tutto adeguato: “e io sono figlio del vento e scherzo”. È il vento che coglie l’uomo quando lo travolge l’apparizione dell’immagine. Non può trattarsi che di una donna, ma potrebbe essere un soprassalto che finalmente coinvolge nella realtà tutta: “l’ombra mia, cui do corpo, rischiara / il tuo volto, m’abbaglia” sino a non avvertire più la propria presenza, “il sorriso”. Si è nell’altro e nell’altrove, ci si perde e ci si ritrova. Ci sono in questa poesia versi che illuminano il rapporto d’amore: “rendimi l’ombra. Quel mio essere tutto tuo” ma anche “vedo / lo spazio vuoto come il cuore / che mi lascia sempre / senza fiato quando incontro quel viso / che gli uomini dicono sospiro”. Dunque nel rapporto con l’immagine amata si perde qualcosa (l’ombra?) ma si guadagna “l’aria fino al sole, / fino a notte” quando sopraggiunge la “luce delusa”. Solo attraverso l’amore si matura, lo sguardo si fa vero, ci si sporge all’orlo della verità dell’esserci. Il nostro difetto è semmai quello di non amare a sufficienza, di non sapere trasformare ogni momento della nostra vita in momento d’amore per tutta la realtà, anche quella spiacevole, che ci dà dolore. Ma, si sa, quella è solo vicenda di santi. Noi ci arrendiamo, rientriamo subito nella “luce delusa”, nell’ordine stabilito dalla mente, dove tutto sembra essere quieto e senza dolore, perché il cuore è messo a tacere, e tuttavia si accumula la muffa dei giorni e la noia della vita. Solo chi è “figlio del vento” e sa scherzare coglie il senso del vivere. Come ci avevano ammonito, lì, nell’abbandono alla bellezza di quella realtà “che gli uomini dicono sospiro”, è il significato del nostro stare nel mondo.
6. L’altro aspetto dello “stare dell’uomo” è la superbia della sua mente. L’atto contrario del movimento d’amore: “Porto il mio suono / come la vicinanza certa / della carne sull’anima / sudata sotto il vento”. Il vivere nella mente porta “l’orma della sofferenza”. Ogni cosa si presenta nei suoi confini: “Pianure insormontabili, / monti che confessano l’orizzonte”. All’allontanamento del cuore corrisponde il sopravvenire dello “sguardo spietato”. Anche questo è necessario. Ma occorre dominarlo. Sostare sul confine senza abiurare l’amore, senza perdersi nella mente. Ha scritto tanto tempo fa Zanzotto che c’è un punto nell’uomo in cui è pericoloso proseguire. L’ha detto nel paragonare il terremoto allo sconvolgente sguardo dell’uomo su se stesso. Ma il poeta questo movimento non lo compie per puro pensiero ma sempre per pensiero accompagnato da amore. Occorre quindi accettare il “non sapere”, come scrive Platone, che nasconde, nell’estremo confine, un ulteriore desiderio di confronto con l’infinito e l’ignoto. Per quanto si “sappia di non sapere” non si esaurisce il movimento della vita. L’ulteriore passo è affidarsi a questo “non sapere”, per penetrarne la sostanza vivente.
Questa “verità” mi sembra ben esposta in “Soffio”: “Hai buone braccia / e altri passi nel cuore / che vanno, che sanno”. La sapienza si trasforma in azione. Ma chi ha davvero il coraggio di giungere a quel confine? La sentenza platonica, come quella del Qoèlet si tramutano più spesso in alibi, in scuse per la nostra egoica impotenza ad amare. “Camminiamo là / dove il cuore non ha passi” dice il poeta in un’altra sequenza.
7. Un ulteriore passo – e non poteva essere diversamente – viene compiuto dal poeta nel riflettere sul proprio fare. La poesia è una sapienza infusa nell’amore: “Più importante però dell’avvenire / delle primavere / è la fissità del mare a lungo / infuso nel silenzio: la parola che viene / a destinarti a un dato tempo”. Dunque non lo scorrere, ma il compiersi di ciò che è eterno nella contemplazione. Certo tutto scorre, ma tutto è anche fermo nel movimento: ogni cellula del movimento è sostanza che si offre all’occhio nella sua immutabilità. Dunque, lo sguardo del poeta afferra la bellezza dell’ignoto che mai passa. Sì, non sappiamo ma siamo investiti da quel non sapere, ne siamo incantati e attratti, siamo coinvolti nella forma bella del suo apparire. E la parola che “viene sussurrata / coll’ombra delle labbra sui sensi”, è la testimonianza di una realtà vivente non ancora ridotta a orrore della mente. “Nebbia”, che pure fa parte di un’altra sezione, sembra il proseguimento di questo discorso – del resto ogni poesia è un richiamo alla complessa verità contenuta nell’immagine. La nebbia vela, rende opaco il mondo alla vista animale, appena lo lascia indovinare. Ma proprio per questo l’uomo è costretto a cercare di penetrare, a considerare di più le cose, le forme: “Dapprima mi parla paterna, poi nessuna / ora di cammino fra case la scalza / e mi scende introvabile / freddando ogni domanda / col solo essersi chinata / in tutto il mio respiro”: l’uomo si fa uno con essa e subito essa dirada l’altra nebbia e “nella voce si aprono / i nomi del sole, dei fiori e dei fiumi” e “ovunque ti chiama altrove / più dentro” alle cose del mondo.
8. Un poeta non può mai scindersi dalle ragioni più intime della propria poesia. Anche in quella dedicata alla propria donna “distante”, le motivazioni dell’affetto sono del tutto immerse in quell’abbraccio che insieme coinvolge il mondo: il balcone, le stelle, la pioggia, i monti, tutto è unito nella preghiera di chi contempla il vivere e il proprio dolore. Questa, che è forse una delle più belle poesie della raccolta, e sarebbe meglio dire la più esplicita, non fa che riproporre il cruccio maggiore del poeta: la separazione non è solo tra due persone, ma distacco del mondo da se stesso; “I bimbi li ho messi a letto, / la notte orbita sui monti, tutto adesso / non comunica con noi”. È l’eterno dolore degli amanti separati, ma che qui viene ancora una volta lenito e trasformato dall’amore: “Mentre così dico, scompari meglio nella pioggia, / con le cose perse di fuori, dalla porta / vai in ogni altra cosa, / accompagni il nostro incontro vero / mia / ti fai / fraterna alla notte”. La separazione, dunque, non è possibile al cuore. Si tratta di tempo e di spazio, che però non sono luoghi dello spirito che ama. L’uomo può anche soffrire, ma la luce del cuore capovolge la situazione e ritrova “una cosa sola” e “una sola vicinanza”: “accompagni il nostro incontro vero”. Il grido è gioioso: “mia / ti fai / fraterna alla notte”.
Poche dichiarazioni d’amore sono profonde come questa. Come il poeta scrive in altro luogo: “Solo lo stolto chiede dov’è il cielo / al mattino tra lenzuola e scrivania, / plana dove ha cuore lo sguardo”.
9. Paolo Campoccia si è provato, dunque, a dare forma alle sue esperienze personali e al mondo che l’attornia, che sono poi i suoi affetti, la città di Verona in cui vive, e lo fa con la maestria di un uomo colto e attento. È innegabile che questo libro rivela una sensibilità e una profondità di pensiero che danno spesso esiti di alta qualità. Come scrive in pochi versi di chiusura: “Ricorda io sono qualcuno che resta: / chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto / resta. Uno che vede chi vede il vento / uno che viene e paga di tutti il tempo”.
Franco Loi |