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Le poesie della settimana
 
Versi d'oggi! le vostre poesie
 
In marcia
 
 
 
 
 
 
di Daniele Mencarelli
 
     
 



Tutto comincia per caso
dopo aver sentito le frenate poi il boato
mentre tu giochi con i cani e sei un bambino,
ancora non sai che la statale che ti scorre sotto casa
ha trasformato in sangue l’asfalto
corpi di macchine bruciati ed urla
oltre il limite ultimo del cielo.
Poi un agitarsi di vicini, di gente tolta
all’umana ragione, che vorrebbe fare cosa?
Su tutti ricordi lui, il calzone corto per l’estate,
da speranza a realtà senza ritorno
quando vide lei distesa sulla terra, senza colore.


a Giovanna Sicari

Roma è arterie gonfie, gente
in marcia, congestione di vita dietro vita,
e pensare che qui abbiamo amato l’infanzia
mischiati nel tempo come forestieri.
Forse, tra i banchi di piazza Vittorio
o d’estate a Ostia nel mare degli umili
io e te ci siamo visti e sfiorati
sorrisi e ringraziati, te ragazza in fiore
io bambino appena, ci siamo visti
e per un attimo amati, non importa per cosa.


I mocassini erano gli stessi
stretti ai piedi di mio padre,
l’altro stava disteso sulla Tiburtina.
Solo quelli uscivano dal telo
steso bianco contro la notte.
Non dovevo guardare, no, non dovevo,
e invece non ho fatto altro,
ho disubbidito e ancora oggi pago
il castigo di chi non crede se non coi propri occhi.
Non sono invincibili gli uomini
si sdraiano lungo strade buie
smettono di vivere come fosse naturale.


È un punto risaputo.
Non c’è mattina del creato
che non ci trovi qui
paralizzati, a noi stessi estranei.
Sarà per consuetudine, l’umana pazienza,
ma non vedi mai nessuno tra i presenti
abbandonare l’auto e scappare via
coi propri piedi
per la campagna sovrana circostante,
non più disposto a perdere il suo prestabilito tempo
ogni giorno allo stesso punto, senza senso.
O forse ci nascondiamo che il tempo
nasconde altro tempo,
la vita altra vita.


Viaggi tra cielo e asfalto,
un treno nella corsia di sorpasso
su binari non scritti
oltre il limite imposto.
All’orizzonte prossimo
un muro di frecce d’emergenza,
poi fischi di freni,
quel muro
che si avvicina e tu non sai
fino all’ultimo metro utile
se riuscirai in tempo a fermarti.
Non è fila naturale,
qualcuno ha azzardato la manovra
scommesso e perso con la strada,
o forse la banale distrazione.
Un ruzzolone di lamiere,
l’unico ferito lieve in pianto
per l’auto buona solo per lo sfascio.
Tu sei già oltre l’incidente,
ti chiama la corsia deserta
a riprendere la corsa,
gettarsi nella curva per staccare
il normale ritardo tutto il malincuore,
anche della morte fare accelerazione.


Qui regnava il resto del niente
fino a ieri pezzi di pneumatico
colli di bottiglia e sporcizia senza nome,
nella notte, ma come? Quando?
Una foto assicurata con il nastro
ai lati due fiori già anneriti
dai tubi di scappamento, dal nero del tempo.
Non riesci per la fila che si scioglie con il verde
a vedere in quella foto magari il conoscente
uno incrociato ed ora immortalato lì
in quella foto che la furia della marcia
vorrebbe portare via dal nastro che la tiene.
Altare al caduto della strada
scolorirai velocemente fino a scomparire
oppure qualche familiare, l’amico fedele,
ti edificherà su questo margine di strada,
mausoleo al punto esatto dello scontro.


Sei un viso dei tanti al semaforo
ad aspettare che il rosso si esaurisca
per trascinarti al prossimo distante un passo,
tu e la tua giornata guastata dal lavoro
stroncato al punto da farti sentire disgraziato,
poi ecco due facce sbarbate sotto i caschi
fisse puntate su altrettante femminili.
L’atteggiamento lo sguardo imbambolato,
sono io, sei tu, su quello scooter,
in attesa che lei almeno una volta ci degni,
si volta e il suo sorriso è la remissione dei peccati
del lavoro capitale il rosso imperativo
da ogni distrazione dal cuore della cosa: esser vivi.


Ore passate a singhiozzo
cantilena di gas frizione freno
mani a memoria tra cambio e volante,
così estenuante il mio ritorno
che per stanchezza non più distinguere
tra la vista degli occhi e il parabrezza
dove la carne termina
ed inizia invece la meccanica,
corpo di nervi ed elettronica
fusione di articolazioni ed ingranaggi,
mostro sbattuto un metro avanti
un metro in meno da casa distante.


Sfilate in ogni angolo d’asfalto
lanciati come sassi da una fionda
tra macchina e macchina
agili sulle due ruote come ballerine
in mezzo a file d’elefanti,
certi anche oggi, tutti quanti,
d’avere il destino dalla parte del manico,
così andate senza paura o morte
una schivata dietro l’altra proseguite,
incoscienti, o forse solo consapevoli.


Davvero sei bellissima
si capisce dai capelli dalle linee
del tuo viso in faccia al cielo illuminato
dagli occhi che ancora sembrano guardare.
Noi non facciamo altro che spiarti
in questo incrocio qualsiasi voluto sulla terra,
tu sei la regina al centro della scena
rottami sparsi con cura tutto intorno.
Poterli raccontare tutti gli uomini
e donne e bambini fissati al tuo cospetto,
al casco strappato come corazza di cartone,
alla tua posa così scomposta
da non essere più umana.


Viaggi per i tuoi pensieri e la corsia
sgombra come il Natale da bambini,
l’occhio corre ai filari quasi pronti
alla casa tirata su in un battito di mondo,
senza preavviso uno taglia la tua marcia
poi ti guarda come il sovrano della strada
bene e male tesori nel suo pugno,
e tu che canti, o almeno tenti, questo viaggio
ti ritrovi col volto d’assassino
che vorrebbe quel collo di sovrano
stritolarlo, tirarlo fuori dal finestrino.


Lei corre senza guardare
attraversa la strada spinta da una forza,
noi immobili sul tram che viaggia
la guardiamo venirci sotto
come si guarda uno spettacolo già scritto,
tenta il tram di aggrapparsi alle rotaie
scintilla mentre gente urla oppure cade,
lei ricompare intatta dall’altra parte,
eccolo il centro di tutta la sua furia
un uomo forse il marito magari l’amante
lo colpisce lo sradica lo inginocchia
poi col suo corpo lo copre.
Rimangono così mentre noi ci allontaniamo
ognuno ritorna a pensare al suo arrivo,
loro chi saranno stati quale amore
li avrà messi l’uno contro l’altro
poi insieme come singola cosa sull’asfalto.


Milano, giugno 2003

Fuorigioco sulla corsia d’emergenza
maledici il guasto misterioso
poi guardi, basta un minuto per bloccarsi,
vedere tutti gli incidenti sfiorati in un minuto,
la distrazione di quello la corsa di un altro
folle all’ultima inchiodata.
Chi comanda questa strada? Evita boati
per un segreto discorso altri li scatena,
il caso non può avere tanti occhi.


È lei a perdita d’occhio e di pazienza,
prendere fiato prima di tuffarsi
nel profondo di una statale incatenata,
un esplosione nell’aria,
qualcosa in volo senza forma senza peso
subito ripreso dalla terra è un uomo,
una frazione di secondo per capirlo,
atterra dietro le macchine in parcheggio.
Tuo specchio i passanti capitati e accorsi,
saltella una signora coniglio in cappotto
vicino la figlia tutta spalancata nei suoi occhi,
l’investitore sceso dalla macchina
guarda il corpo si allontana
torna per poi di nuovo allontanarsi, per ritornare,
gira in tondo cercando spiegazioni.
La statale si fa liquida ci spinge avanti,
rimangono indietro gli attori, tutta la scena,
quel volo invece ti accompagna, incastrato
nel minimo spazio tra palpebra e pupilla.


Il vecchio dalla corsia opposta
mentre lo incroci ti lampeggia
sembra con i fari avvertirti di qualcosa,
rallenti giusto il necessario
per passare alla velocità consentita
davanti l’autovelox i due della stradale.
L’umanità non sembra ma se vedi resiste.
Ora tocca a te lampeggiare
avvertire quelli che beati sfrecciano,
in tanti ti ringraziano, chi con il capo
chi con i fari un veloce occhiolino,
non l’ultimo che prende i tuoi segnali
per gioco d’un idiota tirato troppo a lungo,
con il braccio sventolato fuori il finestrino
sembra indirizzarti in un luogo ben preciso.


Oggi le nostre mete aspetteranno
perché qui, a parte l’ora, niente avanza,
a turno colli di giraffa
si sporgono oltre il finestrino
oltre la curva più lontana
per individuare il punto, la ragione,
dove la marcia torni al suo cammino.
Tu non sembri sentirla l’ora che avanza
le mete che aspetteranno fino a quando?
Troppo presa a rinfoltire ciglia
cancellare giorni dai segni della fronte,
fare della tua bellezza d’anziana signora
ancora offerta alla vita che immobile procede
verso il centro lontano dell’ingorgo.


A Raymond Carver

Certo di dettare il passo
chiedi strada nessuno ti resiste,
l’occhio inquadra meccanico lo specchietto
dietro di te una macchia lontana,
torni con lo sguardo alla strada
giusto il tempo d’accordare le tue ruote
alla curva larga senza freni,
alle tue spalle quella macchia ha preso forma
rossa appuntita ad un palmo dall’asfalto
voce purosangue d’acciaio e carbonio
perfetta opera d’uomo a Dio gradita,
senza bisogno di chiedere permesso
sposta la tua marcia al centro della strada.


Nel pieno dell’ingorgo
sei solo un corpo di plastica e metallo,
nemmeno maledici più la scelta
perché questa strada al posto d’ogni altra.
Siamo volti incolonnati di profilo,
che di nascosto si guardano
immaginando per ognuno un destino,
una casa che aspetta spersa sulla terra
padri oppure figli attesi per la cena.
Anche questo ingorgo passerà
come ogni sera mollerà la sua presa
per stringerla di nuovo domani e sempre.
Non è la certezza dell’ora di punta
ma qualcosa tra istinto e desiderio
a dirmi che vi rivedrò ancora,
sicuro come il volume dello stereo
troppo alto dell’ultimo arrivato.


DANIELE MENCARELLI

È nato a Roma, nel 1974. Vive ad Ariccia. Ha pubblicato tre raccolte: “I giorni condivisi” (poeti di clanDestino, La Nuova Agape, 2001) “Bambino Gesù, ospedale pediatrico” (tipografie vaticane, 2001) e “Guardia alta” (Niebo-La vita felice, 2005). Sue poesie sono apparse su diverse riviste letterarie, cartacee e on-line, è presente nelle antologie “L’Opera comune” ed. Atelier, “I Cercatori d’oro” La Nuova Agape-poeti di clanDestino e in “Dieci poeti contemporanei” ed. Pendragon. Nel 2008 uscirà per Avagliano Editore la sua nuova raccolta. Da diversi anni collabora la sezione fiction di Rai Uno.

   
   
 
 
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